sabato 4 luglio 2009

Due chiacchiere su Adriana Lecouvreur


Dopo un lungo silenzio tornano le introduzioni all’opera.
La prossima opera sarà “Adriana Lecouvreur” ma, prima di parlare del capolavoro musicato da Cilea, vorrei presentarVi Adrienne Couvreur (quella realmente esistita, nata a Epernay il 05/04/1692 – morta a Parigi il 20/03/1730 a quasi 38 anni, il Lecouvreur è il cognome d’arte).
Era un’attrice teatrale, figlia di una lavandaia e di un cappellaio. A seguito di un trasferimento della famiglia per motivi di lavoro del padre viene a contatto col mondo del teatro e a quattordici anni inizia a recitare.
Già qui si crea il legame col mondo dell’opera dato che recita il ruolo di Paolina nel Poliuto di Corneille (dal quale Donizetti un secolo dopo prenderà spunto per l’omonima opera).
Diventerà una star internazionale (recitando testi di Corneille, Voltaire soprattutto ma non solo)e acquisirà quel bon ton necessario per stare nel bel Mondo. Con queste armi farà innamorare di sé Maurizio di Sassonia e la loro storia durerà per parecchi anni finendo a causa di tradimenti dell’uomo.
Il successo le porterà non poche inimicizie all’interno del mondo del teatro.
La morte è avvolta nel mistero anche se è strano come Luisa Enrichetta Francesca d’Harnoncourt-Lorena Contessa di Buillon (ragazzi questa qui aveva una carta d’identità che pesava dieci chili!!!), innamorata anch’essa di Maurizio di Sassonia, fu così presente e vicina alla Lecouvreur negli ultimi mesi di vita proprio quando la salute dell’artista peggiorava sempre più (un po’ come fa Jessica Fletcher nel telefilm che fanno vedere in questi giorni!!!).

Lasciando la vera Adriana nella sua tomba, iniziamo a interessarci di quella a noi più nota. Il discorso non può che iniziare dalla citazione delle due edizioni di riferimento (a mio parere sono quattro facendovi rientrare quella video con Marcella Pobbe, Nicola Filacuridi e Fedora Barbieri e quell’altra con Mirella Freni e Fiorenza Cossotto) e che sono: l’edizione edita dalla Decca con Renata Tebaldi, Giulietta Simionato e Mario Del Monaco e la celebre con Franco Corelli, Magda Olivero, Giulietta Simionato e Ettore Bastianini.
Strano che le due edizioni sopra citate abbiano due soprani così diversi come stile: Renata Tebaldi (una cantante che usa la splendida voce e i suoni che emette per uscirne a testa alta senza preoccuparsi della recitazione, sicura del fatto che le note beeranno quanto basta l’ascoltatore e n’ha ben d’onde!) e Magda Olivero (soprano che, oltre a cantare, si preoccupa dello scavo psicologico e di rendere credibile le parole che sono scritte nel libretto, fatto tipico di tutti i soprani di area callasiana).
La differenza la si nota fin da quella che possiamo definire la cavatina del soprano (“Io son l’umile ancella”). Renata Tebaldi pone al centro dell’aria il verso “L’eco del dramma uman” più che su quello precedente (“Del verso io son l’accento”) come invece fa Magda Olivero.
Lettura quest’ultima a noi più conosciuta dato che, delle due, è quella più utilizzata dai soprani che si accostano a questo ruolo.
In questo secondo filone interpretativo dovremmo trovare Leyla Gencer. Dico “dovremmo” perché se il declamato iniziale pare la lettura della lettera della Lady, l’aria che segue non ha quel “eau de toilet” da primadonna che ci si aspetterebbe ma un modesto ritratto di chi cerca i fari della ribalta perché sta bene sul palcoscenico. Che sia un personaggio idealizzato lo si capisce da quel “Ei non sa mentir” del secondo atto che fa venir voglia di chiedere il fidanzamento e non si capisce che cerchi il Principe di Sassonia in un’altra donna.
Un’altra perla di questo soprano è il rendere vera e piena di sicurezza la frase “M’è questa casa ignota… Il mio consiglio è incerto!”.
A metà tra le due letture sopra descritte troviamo quella di Marcella Pobbe, la quale punta su un’interpretazione molto formale nei primi due atti con un mutamento radicale nel terzo atto quando s’infuria con la Principessa di Buillon (peccato per lei che il mezzosoprano che interpreta questo ruolo è Fedora Barbieri, colei che probabilmente ha dato il lato più battagliero ai personaggi scritti per questa corda) per calarsi in un’amarezza mista a depressione nel quarto atto.
Per concludere non possiamo non citare Mirella Freni, la più attuale delle Grandi Adriana Lecouvreur, protagonista della mitica edizione Scaligera.
E’ una lettura tutta freniana, qualcuno malignò se non ricordo male dicendo che aveva visto la “Mirella Lecouvreur”. Le due arie del primo e quarto atto sono una beatitudine per l’orecchio mentre gli altri due atti si basano sulla recitazione che tende a rappresentare la vera Adriana Lecouvreur, con toni eleganti, raffinati ma non da primadonna anche se le unghie le sa tirar fuori nel terzo atto e nel secondo mostra la bontà di questa donna che, per amore del suo uomo, aiuta la rivale. Peccato che tale lealtà riceverà un gramo ricompenso.
Dopo questa presentazione si va a teatro per vedere l’edizione Torinese di quest’opera.
Seguirà Recensione. Intanto Pax Et Bonum a tutti!

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giovedì 11 giugno 2009

Tombe degli avi miei…….

No non si tratta di una ennesima rappresentazione della Lucia (che peraltro quest’anno ha imperversato pure troppo nei teatri italiani ) ma di una ”seratina special”, veramente “fuori dagli schemi ” organizzata dal mio comune di residenza.

La vostra Lucia Pinghella per una volta non si è recata per opere in teatri di tradizione e non, ma novella “Ugo Foscolo”, si è aggirata per sepolcri…memore( per trovare un aggancio lirico…)delle parole di Tosca.“….. dall'imo dei franti sepolcreti odorosi di timo, la notte escon bisbigli …”

Ecco l’evento: qualche giorno fa leggo casualmente sul giornale che il mio comune (ovvero Il Comune di Sassuolo in provincia d Modena) ha deciso di distinguersi per originalità ed anticonformismo sul territorio nazionale organizzando il seguente evento:

nell’ambito della 6^ edizione della “settimana europea dei cimiteri” :

GIOVEDI0’ 4 GIUGNO ORE 21,00 presso il Cimitero Monumentale di S.Prospero in Sassuolo(MO)
“ABBI CARA OGNI COSA”
serata di letture e riflessioni
con Giusepe Cederna
accompagnamento musicale :
Chitarra: Alberto Capelli
Violoncello: Silvia dal Paos


Reprimendo il desiderio di “toccarmi le palle” (che peraltro non ho) (scusate l’incipit “very trivial ;-) ma ci stava…) ho deciso che non potevo mancare ad un evento simile…e tra lazzi e sberleffi inviati via sms a parenti e amici per informarli del fatto (non foss’altro per far sapere dove ritrovarmi in caso di colpo apoplettico che mi avesse accidentalmente colto durante la performance) …. (qualcosa tipo “se ti colpisse un fulmineee” di lammermooriana memoria causato dalla rivolta delle sacre spoglie verso gli irrispettosi profanatoti della fatal quiete del loco) mi sono avviata verso il feral cammino…..
Tanto per “iniziare in bellezza”: sono arrivata tremendamente anticipo nel bel mezzo dell’ allestimento della location, brillando come un punto nero su una pelle candida e attirandomi pure il sarcasmo degli organizzatori che debbono avermi preso per una fanatica necrofila. L’’architetto “di grido” che stava allestendo una parata di lumini lungo il vale d’accesso infatti, (una cosa molto “simil festa da BRIATORE” se non fosse stato per le lapidi che contornavano il panorama) mi ha apostrofato ironicamente dicendo “Ah ma è arrivata proprio in anticipo!!..voleva essere sicura di trovare un posto in prima fila EH…?!” Già l’incipit della serata era stato tragicomico:la prima cosa su cui mi era caduto l’occhio al cancello d’ingresso era stato il manifesto pubblicitario dell’iniziativa che recitava a caratteri cubitali ”PRIMA NAZIONALE” (ETTECREDOO !!!!!!) suscitando nella mia mente una certa ilarità ed una serie di battutacce (che mi affretto a riportare via sms a parenti e amici nel reportage non richiesto che però mi sono imposta di fare in diretta).Dopo il commento sarcastico dell’organizzatore e dopo aver percorso tutto il “sunset boulevard” (tipo star cinematografica sul “red carpet” al festival di cannes )attirando l’attenzione nell’ordine di:
- tecnici del suono
- fotografo
- tecnici luci
- responsabili culturali dell’iniziativa

non ho core di piazzarmi in “pole position” e scelgo una poltroncina un po’più defilata (di terza fila) all’ombra di un cipresso, godendomi i preparativi. Debbo dire che il luogo ha un certo fascino e ridesta pensieri di foscoliana memoria: il viale d’accesso (contornato come di prammatica da cipressi secolari ) termina davanti alla chiesetta antica allargandosi in uno spiazzo ghiaiato sul quale è stato allestita un pedana lignea su cu trovano posto: una seggiolina con leggio, i portaspartiti e gli strumenti musicali che accompagneranno la lettura (chitarra e violoncello) e, tocco molto “sturm und drang”: una scrivania in legno con sopra una lampada una ampolla d’acqua, qualche libro ed il corpicino mozzato di un angioletto in gesso (chiaro resto di cippo funerario )… il tutto sapientemente illuminato dal basso con fari che proiettano sulla facciata della chiesa una luce calda che illumina ad effetto la scena. Peccato che mentre vengono installati amplificatori e microfoni, qualcosa evidentemente interferisce con il sistema d’allarme posto sulla facciata della chiesa facendo partire l’urlo agghiacciante di una sirena che squarcia l’aria con un risultato molto “d’effetto” visto il luogo….Vabbè ….Il sistema vene arrestato ma, tempo cinque minuti e l’incidente si ripete di nuovo, così si va avanti per 2 o 3 volte fino a chè il panico comincia a serpeggia tra gli organizzatori preoccupati del possibile ripetersi a spettacolo iniziato. (Io invece trovo la situazione sempre più esilarante e non oso immaginare quale potrebbe essere l’effetto sugli astanti una volta calatele tenebre… ) nel frattempo a completare il quadro ci pensa il battito d’ali che si sente aleggiare nell’aria.. e che attrae l’attenzione dei presenti …(se non fosse tutto sempre più comico, si potrebbe definire inquietante,,,) alziamo tutti gli occhi al cielo ed eccola là la..”ciliegina sulla torta”:..Cosa notiamo all’unisono? un svolazzar di pipistrello che con grazia ed eleganza descriver un perfetto semicerchio sulle nostre teste come ad augurar con studiato sadismo qualche cattivo auspicio…. Proprio il tocco che mancava….non so più se ridere o se piangere e ho come l’impressione che la serata si stia rivelando molto più divertente di quello che pensavo!!!
Battutacce a parte comunque, debbo dire che,(malgrado possa sembrare incredibile), la location è molto suggestiva: la scena ha qualcosa di decadente che attrae molto.. c’è un senso di intimità e di quiete che invita alla riflessione, l’atmosfera è gradevole: ispira pace e serenità. Tutto sommato pare di essere in un giardino e nonostante il luogo debba in teoria ispirare pensieri di morte, non è così: in realtà rimanda solo sensazioni di rilassato piacere. …. Ma adiamo per ordine: mentre, come stavo dicendo, cercavo d‘ingannare il tempo messaggiando in diretta le mie sensazioni, le mie velleità di comunicazione vengono ben presto stroncate dall’esaurimento del credito del cellulare.Così, indispettita, abbandono momentanemente il luogo alla ricerca di una tabaccheria, per scoprire al mio ritorno ( tempo un ¼ d’ora d’assenza) che l’evento sta invece riscuotendo un discreto successo si è verificata una nutrita partecipazione tant’è che i posti sono quasi tutti esauriti ed è presente tutta l’”intellighenzia” cittadina. Trovo da sedere a fatica mentre lo spettacolo ha inizio….Debbo dire che, dopo pochi minuti dimentico tutto l’aspetto goliardico che mi aveva fatto divertire poco prima,rapita dalla magia della serata. Cederna apre con un discorso introduttivo nelle cui parole mi ritrovo completamente: sono osservazioni che avevo fatto anche io nel mio intimo ma che quasi non avevo mai osato esprimere per pudore e mi scopro a provare un po’ la stessa sensazione che mi capita di provare in questo stesso luogo quando, nelle festività dei morti, mi capita di frequentarlo, e mi è capitato più di una volta di pensare che tutto sommato, quell’appuntamento rituale mi piace: non mi infonde nemmeno tristezza ma quasi gioia e serenità con quel tripudio di fiori e lucine.. In effetti le parole di Cederna mi riportano alle stesse riflessioni che avevo fatto io,invitano a vedere quel luogo non come fonte di pensieri tetri ma come luogo di riflessione, di pausa dal quotidiano: un momento in cui concentrasi su se stessi e raccogliere i propri pensieri A dire il vero lì non pare nemmeno che la morte sia una cosa così terribIle, ma che si fonda con la vita in uno scambio reciproco in cui gli estinti siano “altri di noi” che stanno lì solo in un’altra forma ma che dialogano con noi attraverso il ricordo. Mi viene in mente che quelle lapidi, si posso vedere anche come una sorta di eccezionale documento storico sulla società di quella comunità cittadina: quante volte in effetti mi sono divertita a passeggiare tra le tombe storiche a leggere gli epitaffi che raccontano squarci di vita,fantasticando sulla personalità del defunto o sulla vita che poteva aver condotto scrutando, scrutando i volti e cogliendo scorci di una determinata epoca,le mode le fogge degli abiti, le pettinature. Le parole di Cederna creano immediatamente una perfetta empatia facendomi scoprire ben presto da uno scambio di opinioni che lo stesso avviene anche per tutti gli altri. La serata prosegue con letture tratte da Guerra e Pace e da Anna Karenina, di Tolstoj a dimostrazione, attraverso le osservazioni deI grande scrittore russo, che i comportamenti umani davanti alla morte sono universali e trasversali alle epoche. Poi è il momento di alcune toccanti poesie di Raymond Carter, fino a che la narrazione si focalizza sui alcune esperienze personali di vita vissuta di Cederna stesso alcune delle quali tratte dal recente viaggio in India narrato nel suo romanzo “ Il grande viaggio”. In fine alcuni passi del libro “Modi di morire” della scrittrice e medico inglese Iona Heath che ha raccontato la sua esperienza con la morte in qualità di medico di base di una piccola comunità operaia della provincia inglese, costretta a toccare questo problema attraverso i contatti con i suoi pazienti. Il tema delle varie letture è sempre “la morte” ma i racconti sono molto toccanti ,a volte commoventi a volte anche divertenti, a volte seri e riflessivi, la sensazione comunque con cui tutti alla fine siamo usciti è stata la percezione di una piacevole esperienza e di un bellissima serata.

Questa serata in realtà è stata una delle tante iniziative promosse in seguito all’adesione del cimitero storico del mio paese all’’ASCE ( Association of Significant Cemetery of Europe) associazione a cui hanno aderito i maggiori cimiteri storico-monumentali d’Italia e d’Europa che si prefigge lo scopo di promuovere i cimiteri come beni culturali valorizzandone l’importanza storica e artistica. Per questo ne incoraggia l’utilizzo per scopi diversi da quello originario: quali inedite location per concerti ad esempio, oppure organizzando visite guidate, coinvolgendo le scuole, promuovendo iniziative come quella a cui io assistito, tutto ciò allo scopo di far rivivere dei luoghi che altrimenti si rivelerebbero solo una inerte e sterile fonte di manutenzione per trasformarli invece in fonti di cultura ed arricchimento spirituale collettivo.


A cura di
Lucia Pinghella

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lunedì 8 giugno 2009

La Fille du Régiment a Trieste

Recita del 10 maggio 2009

Spettacolo fresco e brillante, caratterizzato da una regia spiritosa che mette in evidenza il lato umoristico della vicenda sostenuto da un ottimo cast. L’allestimento, semplice ma efficace, nel ricreare l’ ambientazione un po’ naif da fiaba romantica, è costituito da due piani inclinati di colore verde brillante che vengono avvicinati o allontanati a seconda delle esigenze sceniche per creare (quando sono avvicinati per le scene d’esterno, coadiuvate da uno sfondo che riproduce in lontananza il cielo e le montagne) l’effetto di due collinette montane con un avvallamento nel mezzo oppure (quando sono separati per le scene d’interno) l’effetto dei profili di un arredamento d’interni con l’aggiunta di qualche suppellettile come un grosso caminetto, un lampadario o un pianoforte. La regia è piena di trovate spiritose: come l’accidentale abbattimento, prima di un piccione in volo, poi di un commilitone del reggimento, da parte della Marquise durante il concitato colloquio che si svolge con Sulpice tra le montagne ove, presa dalla foga del discorso, strappa di mano ad un soldato il fucile facendo partire i due colpi fatali (che peraltro non turbano più di tanto la scena in quanto sia l’animale che l’umano vengono portati fuori scena con nonchalance da parte dei commilitoni mentre l’azione prosegue ininterrotta).
Altro momento divertente è quello della famosa “aria dei 9 do” ove Tonio ad ogni “do” pesta con forza col piede a terra prima a destra poi a sinistra causando un maremoto tra i soldati schierati intorno a lui che risentono della potenza dell’onda d’urto oscillando di lato come birilli e rischiando di cadere uno dopo l’altro. Oppure il nitrito (stile “Frau Blücher” del film “Frankenstein Junior “)che echeggia nell’aria ogni qualvolta si nomina il casato dei Krakentorp. Altra trovata registica originale è l’idea di “movimentare” la scena durante l’ouverture con piccoli flash-bak che ricordano l’antefatto della vicenda (ovvero: un lampo di luce che illumina una culla in una stanza signorile, il brillare di un mortaretto a simulare lo scoppio della guerra, o la bambina tolta dalla culla e passata nelle mani di u soldato..)I costumi sono di epoca tardo ottocentesca coloratissimi con le divise di foggia napoleonica e i soldati del reggimento che alternano le divise alle tenute “desabillee” composte da canottiere e mutandoni a righe, Marie, in versione “vivandiera”, sfoggia un lungo pastrano militare rosso su pigiama rigato ,mentre in versione”signorina bene”, un abito da bambola tutto trine e merletti. Tonio invece prima di indossare la divisa del reggimento, indossa i panni del perfetto tirolese con tanto di calzoncini corti con la pettorina e calzettoni.
Passando ora alla parte musicale: la direzione,( caratterizzata da una certa letargia), era affidata a Gérard Korsten che ha notevolmente rallentato li tempi della partitura togliendole brio (con l’unica eccezione del terzetto “Tous le trois reunit” che invece ha accelerato o per lo meno eseguito ne tempi giusti creando squilibro però col resto dell’opera) A parte l’appunto sulla direzione comunque, il versante musicale è stato pIù che soddisfacente, con un cast tutto di alto livello con punte di eccellenza nei protagonisti: Marie interpretata da Eva Mei , canta con piglio sicuro, timbro morbido, ben modulato e un bel fraseggio, tratteggiando un personaggio carico della giusta “verve” ,energico ed al tempo stesso capace di struggente malinconia nei momenti tristi. Altrettanto bravo Antonino Siragusa nel ruolo di Tonio: timbro squillante che sale con facilità all’acuto snocciola con disinvoltura uno dopo l’altro i famigerati “9 do” bissandoli pure,( come consuetudine impone), con altrettanta nonchalnce, ma non è da meno nei momenti più intimisti dimostrando un sapiente uso delle mezze voci e elle sfumature nella ben più difficile “pur moi raprocher de Marie!!” Affiancano i due protagonisti un buon gruppo di artisti a partire dal Sulpice di Paolo Rumetz che, pur non possedendo un timbro particolarmente dotato, sopperisce con una buona tecnica ed un’ottima verve scenica, tratteggiando un personaggio molto divertente (con una finta protesi al braccio che manovra rumoreggiando vistosamente con effetti esilaranti).Bravi e corretti pure Alessandra Palomba nel ruolo della Marquise de Berquenfild, Manriquo Signorini in quello di Hortensius e i 2 comprimari Gianluca Bocchino e Giuliano Pellizon rispettivamente nei ruoli di “ un notaire /un paysan” ed “un caporal” . .
Un po’ sopra le righe ma indubbiamente un’altra prova di brayura il “cameo” di Ariella Reggio( gloria locale della prosa molta amata dai triestini) che ha interpretato il ruolo della Duchesse riscotendo una vera ovazione. Per finire molto convincente e credibile, malgrado la limitatezza del ruolo, anche Massimiliano Borghesi interprete del figlio della Duchesse. Spettacolo dunque ben riuscito e di buon livello sotto tutti gli aspetti, meritatamente applaudito nella sua globalità con punte di entusiasmo per Mei, Siragusa e Raggio.


La Fille du Régiment TRIESTE 10/05/2009
Opéra-comique in due atti
su libretto di Jean-François-Alfred Bayard
e Jules-Henri Vernoye Saint-Georges
MUSICA di
Gaetano Donizetti

INTERPRETI PRINCIPALI

MARIE Eva Mei
LA MARQUISE DE BERKENFIELD Alessandra Palomba
TONIO Antonino Siragusa
SULPICE Paolo Rumetz
HORTENSIUS Manrico Signorini
UN NOTAIRE / UN PAYSAN Gianluca Bocchino
UN CAPORAL Giuliano Pelizon
LA DUCHESSE DE KRAKENTORP Ariella Reggio
LE FILS DE LA DUCHESSE DE KRAKENTORP Massimiliano Borghesi

MAESTRO CONCERTATORE E DIRETTORE Gérard Korsten
Regia e luci Davide Livermore
Scene Pier Paolo Bisleri
Costumi Gianluca Falaschi
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Assistenti alla regia Alessandro Premoli
Gualtiero Ristori
Dramaturia e dizione Caroline Pagani

ORCHESTRA E CORO
DELLA FONDAZINE TEATRO LIRICO
GIUSEPPE VERDI DI TRIESTE


A cura di
Lucia Pinghella

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domenica 17 maggio 2009

Onegin 2: il riscatto!!!!

Evgenij Onegin al Teatro Verdi di Trieste (29/03/2009)

Di tutt’altra pasta lo spettacolo di Trieste invece: tra il classico ed il simbolico, di una bellezza mozzafiato, uno di quelli spettacoli che mi rimarranno impressi tra più belli e poetici (e pure ben cantato per giunta!).
Spettacolo importato interamente da Mosca ad opera del teatro Stanislavskij che già dall’ingresso in sala a sipario aperto rivela di che altro livello si tratti: la scena si presenta semivuota con un pavimento in parquet attraversato obliquamente a 4 colonne in fila a appoggiato a ciascuna delle quali sta un manichino bianco in abiti ottocenteschi rappresentante ciascuno dei 4 protagonisti dell’opera. Appoggiato in terra al centro del proscenio un cappello a cilindro bianco. I cambi scena sono sempre a vista ma fatti in maniera così poetica che lo stesso cambio scena diventa spettacolo, così che anche nei fuori scena c’è sempre qualcosa da vedere in palcoscenico. Prima dell’inizio dello spettacolo infatti mentre la sala va lentamente riempiendosi e le luci sono ancora accese il palcoscenico si riempie di fanciulle in abito di tela bianco e fazzoletto sulla testa (da tipiche contadine russe) che reggono sacchi di tela bianchi dai quale estraggono manciate di foglie secche che spargono sul pavimento volteggiando leggiadre a pazzo di danza trasformando ben presto il parquet nel fondo di un bosco o di un giardino autunnale.Entra il maestro e la musica si diffonde in sala e già dalle prime battute si intuisce il diverso approccio rispetto alla direzione di Rovigo: una levità estrema, una gamma di sfumature e colori che esaltano in maniera sublime la bellissima musica di Cˇ ajkovskij e mentre si ascolta la sinfonia rapiti nel vortice dell’incanto musicale, si assiste ad una magia: i manichini lentamente prendono vita dando origine ad una pantomima che simula il nodo saliente della vicenda ovvero: il duello e la conseguente uccisione di Lenskij. (Evidentemente non si tratta di manichini ma di mimi che poi torneranno ancora in altri momenti dell’opera sullo sfondo della scena come elementi simbolici.) L’allestimento è veramente bello: caratterizzo da una sobria eleganza fatta i pochi elementi scenici ma d’effetto (come la passerella che scende dall’alto in mezzo al bosco a simulare una sorta di camminamento nel giardino della casa di Tatiana e che si trasformerà poi in letto di Tatiana nella scena della lettera). I costumi sono semplici ma ben curati di foggia ottocentesca ma sobri ne i tessuti e valorizzati solamente dai colori accesi. Molto d’effetto poi la scena del duello con successiva morte di Lenskij che viene letteralmente spazzato fuori scena insieme alla neve del parco da spazzini armati di un enorme spazzolone da pavimento e trattato come fosse spazzatura (quasi come la sua vita: gettata via così gratuitamente dalla superficialità di Onegin.) Qua musicalmente accade l’unico episodio che non mi è piaciuto molto,ovvero: il bellissimo valzer che dovrebbe apparire nella scena successiva del ballo qua viene applicato invece alla scena della morte di Lenskij (nel prolungamento con lo “spezzamento” fuori scena) e in tal guisa la musica viene rallentata e sincopata, assumendo quasi un carattere di marcia funebre che,nel contesto( ovvero applicata alla scena suddetta )sta molto bene ed ha un senso ma che a me è un po’ dispiaciuta perchè ha un po’ stravolto Io splendo valzer che a me piace così com’è. A parte questa digressione comunque la lettura musicale è stata sempre più che soddisfacente. Un altro passaggio molto bello registicamente è stata la supplica d‘amore di Onegin a Tatiana che rispetto alla versione di Rovigo in cui si risolveva in un semplice dialogo In casa di lei qua si trasforma in una corsa sfrenata nel bosco in cui Tatiana sfugge ad Onegin che la insegue risultando molto espressiva nel comunicare l’accorato dolore che la lacera unito alla struggente nostalgia ed alla contemporanea fermezza nei propositi.
Quello che colpisce è che tutto lo spettacolo è curatissimo nei più piccoli particolari: con inserimento qua e là di piccoli dettagli che disegnano momenti poetici: come ad esempio l’apparizione di un bambino che corre sullo sfondo nel bosco trascinando uno cagnolino (vero) sopra ad uno slittino,prima dell’arrivo ei duellanti, o la neve che scende lieve nel bosco durante il duello, o l’apparizione dei mimi che avevamo visto all’inizio,( questa volta in carrozza) sullo sfondo durante il duello. Originali poi le scene dei balli in cui anzichè giocare sulla sfarzosità o lo scintillo di lampadari e delle toilettes si è preferito puntare su pochi dettagli d’arredo che trasformano la scena nella sala da ballo ponendo in primo piano calata all’alto la stessa passerella che nel primo atto fungeva da camminamento nel giardino di Tatiana e che qui invece funge da guardaroba in cui piano piano si allineano i cappotti dei convitati. Geniale anche il momento dei”cambi scena” del ballo finale (che come dicevamo sono sempre a vista)che riesce a trasformare le necessità sceniche del “cambio” in un momento credibilissimo della storia con il brulicare di comparse in vesti da domestici affaccendati a spostare ogetti, spazzare, addobbare di ghirlande le colonne.
Passiamo ora al cast vocale che non è da meno in quanto a livello artistico del resto dell’allestimento:
Intanto sono tutte splendide voci e tutti molto credibili scenicamente in quanto dotati del giusto “fisique-du-role” per rendere credibile il personaggio che interpretano
(a parte Lenski che nella mia recita era sostituito con l’interprete del secondo cast: piuttosto corpulento fisicamente anche se molto dotato localmente )
Tatjana ad esempio, interpretata da Natalja Petrozickaja, è deliziosa: minuta, dotata di grazia e leggiadria perfette per dare vita al personaggio un pò sognate ed introverso della protagonista , e riesce a delinearne con maestria la delicatezza d’animo e allo stesso tempo la forza interiore che la trasforma nel fiale. Interprete oltre che bravissima e credibilissima nella recitazione, molto comunicativa vocalmente e timbricamente : la bella voce da soprano lirico pieno è potente, morbida, sale con facilità all’acuto, ed è estremamente espressiva: grandissimi i momenti della lettera e del rifiuto finale. Non da meno l’Onegin di Dmitrij Zuev (tra l’altro giovassimo)è dotato anch’egli di un aspetto fisco perfetto per impersonare il cinico poeta dandy dal fascino ambiguo e seducente: è di bell’aspetto,snello, atletico ed ha una figura naturalmente elegante, ma soprattutto è dotato di mezzi vocali notevolissimi: una bella e potente voce baritonale che sa usare con maestria disbrigandosi benissimo nell’impervia parte senza mai cadere nello nello sguaiato.
Atro interprete eccellente Sergej Balazov nel ruolo di Lenskij che anche se un po’ meno dotato fisicamente (come dicevo sopra) ed anche un tantino più impacciato scenicamente, possiede un bel timbro tenorile sicuro e in ” kuda kuda” si è espresso con con accenti lirici veramente commoventi.
Completa il qruppo dei protagonisti Olga impersonata da Larisa Andreeva perfetta anch’essa nel contrapporre alla figura seria e riflessiva di Tatjiana quella più sbarazzina e superficiale di Olga senza però andare mai sopra le righe: anch’ella possiede una buona linea di canto, bella voce e buona tecnica.
Tutto ciò per evidenziare i protagonisti ma anche gli interpreti secondari sono stati di pari livello:
a partire dalle due donne Natalja Vladimirskaja nel ruolo della Larina ed Ella Fejginova nel ruolo ruolo della njanja Filipjevna: entrambe sicure precise espressive danno vita nel quadro iniziale ad un bellissimo concertato ricco di sfumature . Notevole il Gremiin di Dmitri Ulianov dotato di profondissima voce di basso che però non risulta mai truce ma viene usata con gusto.
Bravo ancora Vjaceslav Vojnarovskij che popone un Triquet molto misurato ed esente da macchiettismi di maniera e così via tutti gli altri che hanno mostrato un alto livello di professionalità anche nelle piccole parti.
Completa il quadro l’ottimo coro del teatro Stanislavskij.
Spettacolo veramente da ricordare per bellezza, bravura e professionalità di tutti i fautori dell’allestimento e che ha toccato veramente le corde dell’animo per bellezza e alta qualità in tutti i suoi aspetti

ONEGIN 2: IL RISCATTO
Evgenij Onegin - Trieste 29/03/2009

Scene liriche in tre atti e sette quadri su libretto di Pëtr Il’icˇ Cˇ ajkovskij e di Konstantin Šilovskij
Prima rappresentazione: Mosca, Teatro Mal, 17 marzo 1879 - Prima rappresentazione di questa produzione: 27 aprile 2007

MUSICA DI Pëtr Il’icˇ Cˇ ajkovskij

Libretto di Pëtr Il’ič Čajkovskij e Konstantin Stepanovič Silovskij
tratto dal romanzo di Aleksàndr Sergeevič Puškin

MAESTRO CONCERTATORE E DIRETTORE Feliks Korobov

REGIA Aleksandr Titel’
SCENE Da David Borovskij
SCENOGRAFO REALIZZATORE Aleksandr Borovskij
COSTUMI Olga Polikarpova
MAESTRO DEL CORO S Stanislav Lykov
COREOGRAFIE Irina Lycagina
LUCI Damir Ismagilov
PANTOMIMA Igor Jasulovic

S Mosca


Allestimento del Teatro Musicale Accademico Stanislavskij di Mosca in collaborazione con ATER Associazione Teatri Emilia Romagna
Orchestra della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Coro del Teatro Musicale Accademico Stanislavskij di Mosca

PERSONAGGI ED INTERPRETI

Larina Natalja Vladimirskaja
Tatjana Natalja Petrozickaja
Olga Larisa Andreeva
Filipjevna Ella Fejginova
Evgenij Onegin Dmitrij Zuev
Lenskij Sergej Balazov
Gremin Dmitri Ulianov
Triquet Vjaceslav Vojnarovskij
Capitano Denis Makarov
Zareckij Roman Ulibin
Monsieur Guilot Vjaceslav Sergeev
Capo coro contadini Cingis Ajuseev


A cura di
Lucia Pinghella

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giovedì 7 maggio 2009

I labirinti insondabili della mente di Krief – Maria Stuarda a Venezia

Venezia 03/05/2009
Spettacolo sostenuto da buon cast vocale ma inficiato da solito allestimento minimal/scialbo, tipico marchio di fabbrica di Denis Krief con punte di uno squallore assoluto nei costumi (tra i più orridi che mi sia mai capitato di vedere in un opera).
Sorvolando sull’impianto scenico che poteva anche essere accettabile quale visione simbolica della vicenda (un labirinto di muretti: claustrofobico luogo metafora di difficoltà, affanno e intrigo: prigione reale e mentale ma che allo stesso tempo e poteva richiamare i labirinti di siepi di certi giardini nobiliari).Certo è che se si opta per un impianto scenico “minimal” qualcosa ci si deve pur mettere per appagare l’occhio e allora di solito si gioca sui costumi (vedi il recente Don Carlo scaligero) qua invece sembra che si sia fatto il massimo sforzo per “ammazzare” la scena.
Innanzitutto l’incomprensibile scelta dell’epoca che non è ben chiaro dove volesse andare a parare dal momento non erano abiti cinquecenteschi (né dal punto di vista didascalico ma nemmeno solamente nella foggia), ma non erano neppure attuali ne atemporali: erano orride (con l’unica eccezione dell’abito bianco che Maria indossa nella scena finale) “mises” più o meno tardo ottocentesche (o primo novecentesche) che si esprimevano in gonna e giacchina vagamente militaresca per Elisabetta e in gonna, camicetta e scialle per Maria( ma stiamo parlando due regnanti cinquecentesche o di 2 contadinelle? ) le acconciature poi erano lasciate al “naturale” secondo l’ attuale pettinatura delle cantanti che, se per Elisabetta poteva avere un vago riferimento all’epoca antica (trattandosi di chignon) per Maria invece centrava come i “cavoli a merenda” trattandosi di chioma riccioluta da cherubino. Almeno si fosse giocato sulla ricchezza dei tessuti o la scelta dei colori. Invece nulla di decente neppure su questo versante: tessuti dallo “sfarzo” francescano e scelta dei colori fra quanto di più disarmonico si poteva abbinare individualmente a ciascun interprete e accostare nell’abbinamento tra interpreti e sfondo..La Ganassi ad esempio che è bionda con la carnagione chiara è stata vestita di giallo ocra( tanto per sbatterne il colorito facendola risultare più scialba e pallida di quanto in realtà non sia), mentre la Cedolins che è bruna: è stata incupita con uno scuro e triste bordeaux (bastava ad esempio invertire la scelta e già si sarebbe ottenuto un risultato migliore) tutte e due insieme poi sullo sfondo verde acido di cu si colorata la scenografia nella scena della foresta creavano un vero effetto “pugno nello stomaco per non parlare dell’entrata del coro femminile in fuxia e ocra…….
Piccolo inciso: quella del “verde acido” deve costituire una vera passione per questo regista vista la frequenza con cui ne pervade le scene (vedi anche recente recente Lucia di Lammermoor per esempio) e un’altra passione registica debbono essere le divise da “caddetto “perché anche qui (come nei precedenti Ballo in maschera e Lucia di Lammemoor)il coro maschile ne era agghindato. Sul versante maschile e’ andata un po’ meglio anche se i personaggi sono caduti nel più bieco anonimato: tutti in nero e redingote tant’è che se non fosse stato per le diverse corporature non sarebbe stato possibile distinguere Leicester da Talbort e da Cecil e.. tocco finale: l’incomprensibile uscita nel terzo atto di Talbot in veste talare moderna…..
Meno male che il versante canoro e musicale ha riscattato la parte visiva. La direzione che era stata in un primo tempo annunciata come affidata a Bruno Campanella è passata invece alla bacchetta di Fabrizio Maria Carminati che ha diretto in maniera abbastanza soddisfacente ( forse con mano leggermente pesante privilegiando l’accentuazione delle parti enfatiche rispetto quelle più leggiadre) ma tutto sommato è risultata abbastanza buona.
Il lato canoro è stato pure soddisfacente: Molto buona la prova di Forenza Cedolins,al debutto nel ruolo della Stuarda: la bella voce lirica rende molto di più nelle parti più prettamente liriche che non in quelle con agilità di conseguenza rende al massimo nella seconda parte dell’opera dove con la preghiera riesce ad emozionare al massimo con una prova commovente e coinvolgente ma la recita è più che soddisfacente anche nella prima parte e tra i momenti più riusciti è da ricordare l’invettiva sviluppata con piglio sicuro raffinata tecnica. Ottima la prova di Sonia Ganassi nel ruolo di Elisabetta che ha fornito un’interpretazione molto convincente sia sul versante canoro che su quello recitativo riuscendo a delineare la regalità e l’autorevolezza de personaggio nonostante la regia avesse messo a dura prova qualsiasi velleità espressiva degli interpreti costringendoli a gironzolare avanti e indietro lungo il labirinto e salire e scendere scalini e impegnandoli più a stare attenti a dove mettevano i piedi che non a rendere espressivo il loro personaggio. Nonostante ciò la Ganassi con pochi gesti o anche solo con semplice postura ha saputo imporsi nel ruolo. La linea di canto poi è stata quasi perfetta: il timbro è caldo e morbido il fraseggio è ben delineato .
L’oggetto del contendere delle 2 prime donne (ovvero il Conte di Leicester) è impersonato d Josè Bros vocalità forse un po’ leggera per il ruolo ma Bros canta bene ed è corretto, è partito con qualche incertezza ma poi la voce si è fatta sicura ed ha saputo convincere. Altra interpretazione molto ben riuscita quella quello del basso Mirco Palazzi nel ruolo di Talbot che conferma ancora una volta bravura del giovane artista che riesce ad unire alla buona linea di canto ed alla bella voce la credibilità del personaggio. Completano il cast il Lord Cecil di Marco Caria dal timbro non particolarmente bello ma abbastanza corretto e l’Anna Kennedy di Pervin Chakar che non lascia particolarmente il segno.
Alla fine grande successo per tutti da parte di un teatro gremito e plaudente.

I labirinti insondabili della mente di Krief –
Maria Stuarda a Venezia 03/05/2009


tragedia lirica in tre atti
libretto di Giuseppe Bardari
dalla tragedia Maria Stuart di Friedrich Schiller
musica di Gaetano Donizetti

personaggi e interpreti

Elisabetta Sonia Ganassi
Maria Stuarda Fiorenza Cedolins
Roberto, conte di Leicester José Bros
Giorgio Talbot Mirco Palazzi
Lord Guglielmo Cecil Marco Caria
Anna Kennedy Pervin Chakar

maestro concertatore e direttore
Fabrizio Maria Carminati

regia, scene, costumi e luci
Denis Krief

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti


A cura di
Lucia Pinghella

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La sagra della tigella montanara di S. Pietroburgo, ovvero, Eugenio Onegin

Rovigo 21/03/2009

Spettacolo Sofferto ahimè…. (“sofferto” a causa di mie rocambolesche vicissitudini personali che mi hanno fatto maturare la convinzione che questo titolo sia più jettatorio della “Forza del destino”….ma “sofferto”anche per la realizzazione non proprio riuscitissima… )
La trasferta era nata dalle numerose frustrate speranze di riuscire a vedere questo titolo mai visto né ascoltato prima, complice la sicura fede nel genio compositivo di Čajkovskij che reputo “come il maiale” (tanto per restare in tema casereccio col titolo della mia recensione) e la fonte letteraria appartenente ad un filone a me molto caro ovvero: la letteratura russa.
Il fatto poi che lo spettacolo fosse interamente “made in Belgrado” non mi aveva suscitato particolari sospetti perché ritenevo che la scuola dell’est fosse sinonimo di garanzia in tale repertorio ……..( invece probabilmente non avevo tenuto conto dei mezzi economici probabilmente scarsi che hanno influito sulle possibilità di realizzazione )fatto sta che le speranze eccessivamente ottimistiche sono andate in buon parte deluse..
Se l’aspetto musicale e drammaturgico dell’opera in sè ha mantenuto fede alle mie aspettative, la sua realiZzazione invece è risultata alquanto al di sotto…..
Ma scendiamo nel particolare:
Allestimento a dir poco modesto basato su regia ipertradizionale che per una neofita come me sarebbe andato benissimo ma così squallidoccia, soprattutto nei primi quadri, da sembrare la recita di un teatrino parrocchiale di provincia.
Le scene agresti dei succitati primi quadri in particolare, ambientate in casa di Tatiana, sono un assembramento di poche casette di legno simili a quelle che da noi si allestiscono durante le sagre paesane per la somministrazione delle vivande e dei prodotti tipici, separate da qualche steccato costituto da transenne di legno simili a quegli steccati elementari che costruiamo intorno alle aiuole o ai laghetti nei nostri parchi …il tutto appoggiato su di una “bellissima” moquette verde che voleva a simulare un prato ma non ci riusciva nemmeno con la più fervida immaginazione spiccando in tutto l suo desolante squallore : pareva l’esposizione di uno stand di mobili da giardino alla fiera dell’agricoltura di paese. In tema con l’arredamento anche i tristissimi costumi di foggia ottocentesca in finta seta da abito carnevalesco da grande magazzino. La situazione si risolleva un po’ nel quadro delle lettera dove la camera di Tatiana riprodotta con pochi elementi d’arredo assume un aspetto un po’ meno didascalico e quasi simbolico e nelle due grandi scene di ballo abbastanza ricche e curate nella loro tradizionalità.
Sul versante musicale le cose non sono andate molto meglio: la bacchetta di Johannes Harneit è abbastanza pesante e distacca tempi che sembrano tagliati con l’accetta e il lato canoro è per buna parte censurabile con la sola eccezione dello splendido Grjemin di Ivan Tomašev. Tomašev in effetti si rivela essere l’unico squarcio di luce nel grigiore generale, l’unica scintilla che riesce a rianimare l’ormai rassegnato e competente pubblico rovigotto (che a differenza di altri teatri di provincia in cui prevale il campanilismo ha dimostrato una certa capacità critica) che fino a quel momento pur non spingendosi fino all’aperto al “buaggio” aveva mugugnato limitandosi a scarni applausi di cortesia .
Inferiore ma tutto sommato discreta la prova di Jasmina Trumbetaš Petrović nel ruolo di
Tatiana soprano dal bel timbro lirico e con parecchio volume tendente un po’ troppo al grido ma abbastanza buona nelle parti più liriche.
Il resto del versante femminile vede in campo Nataša Jović Trivić nel ruolo di Olga con timbro abbastanza stridulo e di volume scarso ma abbastanza corretta, e poi Dubravka Filipović e Olga Savović rispettivamente nei ruoli di Larina di e Filippevna entrambe sufficientemente corrette.

L’aspetto disastroso invece sta nei 2 protagonisti maschili sui quali si potrebbe aprire un bel dibattito per stabilire quale sia stato peggiore:
Miodrag D.Jovanović nel ruolo del protagonista è assolutamente sguaiato e grezzo
Dejan Maksimovic Lenskij tenore angolatissimo con timbro piccolo con difficoltà in acuto
Quandoil duetto tra loro è un attentato all’ orecchio del povero ascoltatore!
Completa no il settore maschile il Triquet Igor Matvejev abbastanza squaiato e approssimativo e invece coretti i comprimari Ljubodrag Begović e Branislav Kosanić rispettivamente nei ruoli del Capitano della Guardia e dello Zarjecki.
Con cotanto materiale al fuoco c’era di che uscire dal teatro avviliti invece lo sforzo non è stato completamente vano perchè è valso a farmi capire quanto l’opera sia bella (se nonostante le numerose condizioni avverse sono riuscita a cogliere la bellezza della musica e della drammaturgia…..) e qui ci diamo appuntamento al secondo tentativo decisamente MOOOOLTO MEGLIO RIUSCITO ..anzi…. AGLI ANTIPODI…..

La sagra della tigella montanara di S. pietroburgo:
OVVERO: Eugenio Onegin - Rovigo 21/03/2009

di Pëtr Il’ič Čajkovskij
Scene liriche in tre atti e sette quadri
Libretto di Pëtr Il’ič Čajkovskij e Konstantin Stepanovič Silovskij
tratto dal romanzo di Aleksàndr Sergeevič Puškin

Maestro concertatore e direttore d’orchestra Johannes Harneit
Regia Radoslav Zlatan Dorić
Assistente alla regia Vesna Petrović
Scene Aleksandar Zlatović
Costumi Ljiljana Orlić
Coreografia Vladimir Logunov
Orchestra, coro e balletto del Teatro Nazionale di Belgrado
Maestro del coro Djordie Stanković

Allestimento del Teatro Nazionale di Belgrado in coproduzione con il Teatro Sociale di Rovigo,
la Fondazione Ravenna Manifestazioni e l’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza

Personaggi e interpreti

Tatjana Jasmina Trumbetaš Petrović
Eugenio Onegin Miodrag D.Jovanović
Lenskij Dejan Maksimovic
Olga Nataša Jović Trivić
Larina Dubravka Filipović
Filipjevna Olga Savović
Principe Grjemin Ivan Tomašev
Triquet Igor Matvejev
Capitano della Guardia Ljubodrag Begović
Zarjecki Branislav Kosanić


A cura di
Lucia Pinghella

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martedì 28 aprile 2009

Don Pasquale a Torino: La morale è molto bella

E’ bello dover scrivere una recensione dove l’unico problema è quello di dover non risultare falso e stucchevole. Specie quando si tratta di un compositore così amato come Donizetti che, a volte, viene maltrattato senza apparenti motivi (per spiegazioni ulteriori rimando alla recensione dell’ultima Lucia di Lammermoor recensita su questo blog, a volte l’auto-reclame è obbligatoria!!!).

A dire il vero il tempo non clemente di domenica che ha accolto me e i miei amici faceva più pensare al “Diluvio Universale” (tanto è sempre dello stesso compositore bergamasco). Si prende posto (a dire il vero io l’ho cambiato molto volentieri avendo la visuale molto limitata e purtroppo mi sono solo ascoltato il matrimonio tra Don Pasquale e “Soffronia Malatesta” non potendolo vedere dato che la regia lo aveva posto nella metà del palcoscenico a me preclusa).

Partiamo dal lato vocale dato che la regia, pur essendo molto graziosa a mio avviso, richiede un discorso un po’ lunghetto che potrebbe stancare anche il lettore più interessato e, pertanto, la lascerò per ultima.
La novità di questa produzione per quanto riguarda il cast è stato certamente Roberto Scandiuzzi nei panni eponimi.
E’ strano vedere un basso profondo interpretare un ruolo da basso buffo ed è ancor più strano assistere a una recitazione realistica di questa ennesima versione della maschera di Pantalone dei Bisognosi, con tutti i tic e le manie che riscontriamo facilmente in qualunque anziano (come la camminata in tre tempi dovuta alla poca elasticità muscolare per esempio o la voglia di trionfare sui giovani come ultimi colpi di una vita che sta finendo). Vocalmente Roberto Scandiuzzi ha regalato momenti da pelle d’oca (specie nei due duetti col nipote, nel primo atto, insieme ad un Francesco Meli in stato di grazia e con la “mogliettina” nel terzo dove il dramma interiore di dover ammettere il proprio fallimento era carico di delusione autentica). L’unico difetto è stato il sillabato del duetto con Malatesta (interpretato da Gabriele Viviani) che, nonostante sia stato cantato a dieci metri da me, mi ha visto in difficoltà a capire le parole anche se devo ammettere che ero più impegnato a ridere a crepapelle con le trovate comiche della regia (tipo l’uscita incavolata del suggeritore che si trovava nullafacente avendo i cantanti troppo lontani da lui).
Un plauso sincero a Gabriele Viviani (nei panni del perfido Dottor Malatesta), un baritono dotato di autocric in grado di risollevarsi dopo la prestazione poco convincente di Parma. Ha convinto in pieno nonostante la scelta insolita di paragonare il perfido amico di Don Pasquale nel furbo Figaro (la recitazione nel duetto con la Norina di Serena Gamberoni era ripresa pari pari dal “Dunque io son”). Scelta azzardata ma che rientra pienamente tra le scelte interpretative proposte dal libretto.
I due “fidanzatini” (Ernesto e Norina interpretati rispettivamente da Francesco Meli e Serena Gamberoni) hanno rispettato le alte aspettative che ormai si hanno leggendo i loro nomi nei cartelloni.
Anzi devo ringraziare Francesco Meli per avermi fatto comprendere come il duetto in cui Don Pasquale scaccia il nipote sia un momento di gioia per l’anziano zio ma per il ragazzo è un momento di vero dolore e non solo un momento di bel canto.
L’Ernesto di Meli deriva netto netto dal Fagiolino della commedia dei burattini, scapestrato ma non cattivo. Si diverte a godersi la giovane età . Peccato che sia stato tolto il suo pertichino nel finale (in quest’edizione lasciato tutto nelle mani di Norina).
Siccome la cavalleria non va mai tralasciata, la donzella del cast la lasciamo per ultima!
C’è da dire che Serena Gamberoni (tra Alice Ford del Falstaff, la fedeltà femminile del Così Fan Tutte, la Musetta della Boheme e la Norina del Don Pasquale sceglie sempre personaggi senza difetti!!!) non so se è riuscita meglio nel lato recitativo (con il culmine nella farsa dove gabba il vecchio scapolone (la sua entrata in scena da “mi tocca ma non voglio” era da manuale) o nel lato vocale (prova significante l’ovazione alla fine della cavatina cantata con magnifici filati).
Resta la regia di Ugo Gregoretti: Tradizionale ma un po’ complicata dato che era uno scorcio di Roma anche se poteva essere un lato di Venezia dato il canale a metà palcoscenico con il sagrato della chiesa dietro e il marciapiede pieno, nel lato destro, di rovine archeologiche e a sinistra c’era la casa di Don Pasquale che richiamava un po’ il palazzotto di Don Magnifico nella famosissima regia di Ponnelle della Cenerentola e quindi era sempre in bilico tra l’interno casa e l’esterno.
La cosa più interessante era l’invadente controscena che mandava sempre messaggi interessanti come il fatto che gli intrighi si possono fare anche alla luce del sole e raggiungono lo scopo (il duetto Malatesta-Norina aveva i comuni turisti che passeggiavano non notando i personaggi che parlavano ma li trattavano come si tratta qualunque sconosciuto che si incontra per strada) o che, alla società, dei nostri problemi non gliene importa nulla (come riferiva chiaramente il comportamento menefreghista della massa di popolani che ignoravano Don Pasquale e Malatesta nel duetto che apre l’opera) alle controscene legate alla storia (come la processione col prigioniero durante il duetto Norina-Don Pasquale dove lui si rende conto di vivere una via crucis dalla quale non scappa).
La direzione orchestrale era di Michele Mariotti.
Dopo tanta soddisfazione possiamo brindare alla “Allegri beviam almeno un piacer” e auguriamoci che la prossima uscita sia altrettanto soddisfacente.


A cura di
Don Marondio

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